Al metrò, adesso, correre, molti isolati più in là. Qui, lontano dai quartieri alti, i binari sono ancora sopraelevati. Faccio di corsa le scale scricchiolanti, che stanno sgretolandosi, e arrivo al livello della stazione quasi completamente sfiatato. Le conseguenze di una vita regolata, ci scommetto. Dieta semplice, non fumare, non bere troppo, niente acido o mescalina, niente fretta. La stazione, a quest’ora, è praticamente deserta.

Però, immediatamente, sento il lamentarsi di ruote impetuose, metallo contro metallo, e simultaneamente colgo l’urto dirompente di un’improvvisa caterva di menti che si scagliano tutte in una volta contro di me, da nord, stipate nelle cinque o sei carrozze del treno in arrivo. Le anime schiacciate di quei passeggeri formano un unico magma primordiale, che preme con insistenza contro di me. Palpitano come tremuli frammenti gelatinosi di plancton brutalmente spremuti insieme nella rete di qualche oceanografo, che danno vita a un unico organismo complesso nel quale le singole individualità vanno perdute.

Mentre il treno scivola dentro la stazione, riesco ad afferrare isolate parole prive di senso e acute grida dall’individualità ben definita; una selvaggia stilettata di concupiscenza, un rauco lamento pregno d’odio, un’acuta fitta di dispiacere, un improvviso deliberato borbottio interiore: balzano fuori dalla sconcertante totalità, come strani piccoli frammenti e guizzi di melodia balzano fuori dalla tenebrosa macchina orchestrale di una sinfonia di Mahler. Il potere è ingannevolmente vigoroso in me, oggi. Sto captando moltissimo. È il momento di maggior potenza da settimane. Una causa è certamente la bassa umidità. Però non mi lascio ingannare fino a pensare che il declino si sia arrestato. Quando cominciai a perdere i capelli, ci fu un felice periodo in cui il processo di caduta sembrò arrestarsi e capovolgersi, quando nuove chiazze di finissima scura lanugine cominciarono a spuntar fuori sulla mia fronte nuda.



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