Conosco le mie capacità. Dunque: tutto bene. Mangerò regolarmente per due o tre settimane, senza dover sollecitare la pidocchiosa generosità di mia sorella. Judith sarà ben contenta di non avere mie notizie. E adesso a casa, per cominciare le mie mansioni di “negro”. Sono bravo, fecondo, preciso, profondo nel modo tipico di uno studente e sono capace di variare i miei stili. Ho i miei modi di trattare letteratura, psicologia, antropologia, filosofia, tutti i soliti argomenti. Grazie a Dio ho conservato i miei compiti universitari, e anche dopo più di vent’anni ci si può cavare qualcosa. Mi faccio pagare tre dollari e cinquanta a cartella, qualche volta di più se i miei sondaggi rivelano che il cliente ha grana. Il voto minimo garantito di “buono”, oppure niente paga. Non ho mai dovuto rimborsare nessuno.

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Quando aveva sette anni e mezzo e creava una quantità enorme di problemi al suo insegnante di terza, mandarono il piccolo David dallo psichiatra scolastico, il dottor Hittner, per un controllo. L’istituto era uno di quelli privati, costosi, su una tranquilla stradina tutta coperta di foglie, nella zona di Park Slope a Brooklyn; l’orientamento era socialista-progressista, con una pesante base pedagogica marxista, freudiana e deweyana, e lo psichiatra, uno specialista nei disturbi dei ragazzi della classe media, veniva ogni mercoledì pomeriggio per scrutare nell’animo di bambini difficili. Adesso era la volta di David. I suoi genitori diedero il loro consenso, naturalmente.

Erano molto preoccupati per il suo comportamento. Tutti erano d’accordo che lui era un ragazzino brillante: era straordinariamente precoce, dotato di una capacità di capire quel che leggeva pari a quella di un ragazzo di dodici anni; gli adulti lo trovavano intelligente da far paura.



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