
Il treno mi obbliga a una spiacevole imprevista fermata nel tunnel dalla parte della stazione nord della 137a Strada; finalmente si rimette in moto e mi scarica alla 116a Strada, Columbia University. Mi arrampico verso la luce del sole. La prima volta che mi arrampicai per queste scale fu più di un quarto di secolo fa, nell’ottobre del ’51: un atterrito neo-diplomato, con tanto di acne e capelli a spazzola, appena uscito da Brooklyn per affrontare il colloquio di ammissione al college. Nella hall dell’Università, sotto quelle luci brillanti. L’esaminatore mi soppesò con aria feroce: come, diplomato? Questo qui deve avere 24, 25 anni. Comunque mi permisero di entrare nel loro college. Poi quella diventò la mia stazione quotidiana del metrò, a cominciare dal settembre del ’52 e via di seguito fino a quando, alla fine, andai via di casa e traslocai vicino al campus.
A quei tempi c’era un vecchio chiosco di ghisa al livello della strada che segnava l’accesso alla sotterranea; era proprio tra due corsie piene di traffico, e gli studenti, le menti assenti infarcite di Kierkegaard, Sofocle e Fitzgerald, finivano sempre per andare a sbattere contro le macchine e restare uccisi. Adesso il chiosco non c’è più e gli accessi alla metropolitana sono sistemati più razionalmente, sui marciapiedi.
Cammino lungo la 116a.
